La settima stanza di Miriam Candurro

La settima stanza

Ci sono momenti che restano indelebili. È a questo che pensa Giovanni mentre percorre la litoranea che lo porta a casa. Una casa da cui vuole stare lontano e in cui non torna da vent’anni. Vent’anni di assenza, di silenzio, di sensi di colpa. Tutto è cominciato lì, a Villa Rosa, di fronte a un mare immenso e cristallino: una sera d’estate l’adolescente Giovanni, affacciato alla finestra della sua stanza, aveva visto una ragazza lottare tra le onde. Senza pensarci, era corso in spiaggia e si era buttato in acqua per salvarle la vita. Quel momento aveva cambiato tutto: Giovanni ancora non lo sapeva, ma il suo destino e quello della ragazza sarebbero stati inesorabilmente legati. Ora, mentre i cancelli di Villa Rosa si riaprono, i ricordi riaffiorano vividi, prepotenti, e Giovanni si trova a fare i conti con il passato e con un sentimento che, forse, non ha mai dimenticato.

Introduzione

Mi sveglio trafelato pensando alla miriade di cose da fare che mi aspettano implacabili, come una scadenza da rispettare. Non sono mai stato bravo a farlo e quando non lo sei con l’amore, allora è destino che le perdi tutte inesorabilmente. Quello che più mi manca tra i vari insegnamenti è l’indulgenza, nessuno mi ha veramente impartito questo insegnamento, non posso esserlo con gli altri se non lo sono mai stato con me stesso. Eppure adesso che mi sono liberato con Carla mi specchio e spunta sul mio volto dopo anni un mezzo sorriso. Sono maledettamente abituato alle cose a metà! In mezzo alla ciclicità del sole e della luna ci sono io che tento affannosamente di riordinare il caos esistenziale dei miei ultimi vent’anni. Voglio passare del tempo di qualità con me stesso, me lo merito. Dal balcone della mia stanza respiro a pieni polmoni l’aria di mare mentre il mattino si tinge di quell’oro che si confonde con l’argento dei suoi occhi. Impressi nella mia memoria come tutto di lei del resto. Come un quadro da decifrare ma ancora oggi non saprei davvero descrivere la sua magnetica fuggevolezza. Poggio i piedi nudi sul pavimento freddo, il solo contatto mi crea un brivido come il torpore di un abbraccio. Quello che le darei se lei fosse qui con me. Questa si somma implacabilmente alle altre mancanze. Mi desto dai miei stessi pensieri e mi avvio in cucina per la colazione per riempire almeno facilmente i vuoti del mio stomaco, per gli altri mi sto affannosamente attrezzando. Mi taglio una fetta di torta, la gusto poi dopo qualche minuto accarezzando il silenzio bevo una spremuta. Dopo aver costretto per anni corpo e palato a inghiottire bocconi amari vogliono donare loro un po’ di dolcezza. Ritorno nella mia stanza per cambiarmi. Ho deciso di vestirmi a tempo di musica. Accendo la radio. Bastano pochi secondi e la canzone parte, poche note e la riconosco sono You ‘ re still the one di Shania Twain. Era la canzone che ascoltava sempre quell’estate, racchiudeva i nostri sogni e progetti per dimostrare al mondo intero quanto fosse forte il nostro amore. Ascoltando quella canzone allo specchio si alternano due me, quello di adesso e quello di allora e in mezzo i ricordi di quell’estate. Questo per chi sostiene che il tempo lenisca le ferite, tutti quelli che lo affermano li inviterei a un incontro serrato di boxe, ma sarebbero pugni d’aria in un mare di dolore che non apre nemmeno un varco nell’immenso vuoto. Se lei fosse qui con me le racconterei del mio incontro speciale. Nessuna complicazione sentimentale all’orizzonte. Una giovane donna si è trasferita qui per l’estate con la sua famiglia. Un marito e due figli, è bello osservarli giocare a rincorrersi oppure mentre costruiscono i castelli di sabbia. Mi abbandono al fragore delle loro risate e immagino che ci saremmo potuti essere noi al loro posto, in questo meraviglioso ritratto di famiglia. La donna si chiama Miriam e fin dalla prima volta che ci siamo visti mi chiese con garbo la ragione della mia inquietudine . Ḕ evidente che ti porto dipinta negli occhi Anna mia! Si sono susseguiti alcuni incontri in cui le ho raccontato la nostra storia . Mi sono fidato perché è dolce e sensibile e mi ha assicurato che ne avrebbe scritto e avuto cura, mi auguro che ne abbiano altrettanta i lettori. Ed è così che le sue parole si fondono alle nostre come lettere che non coprono le crepe sui muri così come le cicatrici dei nostri cuori .
Giovanni

Aneddoti personali

Conosco    molto   bene Miriam come attrice, la seguo da moltissimi anni ormai e l’ho sempre apprezzata perché nelle sue interpretazioni traspaiono veridicità ed emozioni. Ho iniziato a leggere questo romanzo con un  po’  di scetticismo. Pagina dopo pagina mi ha conquistato, per l’intensità nella narrazione e la delicatezza con cui ha affrontato il tema trattato . Ḕ stata una lettura velocissima perché non   riuscivo a staccarmi dalla pagina.   Spero d’incontrare un giorno Miriam e ringraziarla di vero cuore per tutte le emozioni che ha saputo regalarmi e che spero di restituire in parte a lei e a voi con la recensione cercando di convincervi a leggerlo se non lo avete fatto, merita davvero. Si può salvare la bellezza anche attraversando l’orrore .

Recensione

Nelle favole è possibile edulcorare persino la morte affinchè i bambini non si traumatizzino, ed è così che è dipinto un universo traslato per proteggere quel candore. Anche il vetro tuttavia si può infrangere perché i bambini sono irrimediabilmente impreparati al contatto con l’orrore figurarsi a conoscerne il vero volto. Una fiducia tradita in un microcosmo di solchi e voragini profonde come il mare. Si può morire per il troppo amore ma anche per l’eccessivo orrore e il suicidio diventa un flebile bisbiglio nella tomba del silenzio. In quest’universo capovolto è il principe a salvare la sirenetta senza mai essere un eroe, perché è ignaro del vivido dramma in cui è incespicato attraversando l’acqua torbida della memoria. L’esistenza non è altro che un’altalena emozionale in cui tra luci e ombre si può lentamente scivolare nell’oblio. Sono passati più di vent’anni da quel salvataggio e Giovanni è un uomo che progetta case per non osservare le sue macerie perché sarebbe una vera e propria perimetria del dolore. Tra la sospensione e il tormento Giovanni a Bologna ha creato un’aurea protettiva che però è sul punto di scricchiolare definitivamente. L’uomo ha, infatti, ereditato un immobile e ha ricevuto un’offerta per venderlo. Questo è l’espediente narrativo per ricordargli che la sua partita non è ancora finita e il destino beffardo sta mischiando le carte ancora una volta. Giunto nel suo paesino d’origine lo ritrova silenziosamente immutato fossilizzato in un passato che non esiste più. Esattamente come lui. Si è allontanato non solo per dimenticare ma per provare a non diventare come lui . Ḕ una visione opaca, una fotografia sbiadita dal tempo che lui ricorda perfettamente . Ḕ sempre stato così il suo paese che porta il falco nel nome, ha costretto ogni abitante a compiere soltanto dei voli a metà, un modo forse per far espiare all’intera comunità la colpa. Per rimarcare i concetti espressi il romanzo è ambientato perlopiù durante la recente pandemia, affinchè il protagonista si sentisse ulteriormente braccato e affrontasse i suoi fantasmi e demoni interni, come un autentico e vorticoso dèjà vu. Quello che Giovanni vuole vendere non è un immobile normale ma si tratta di Villa Rosa l’albergo che ha intrinsecamente legato i destini delle famiglie Durante e Serafini e dove tutto accadde. La tormentata, avvincente e tenera storia d’amore tra Giovanni e Anna è costruita su due piani temporali che si alternano raccontati dai protagonisti. L’autrice gioca abilmente e magistralmente con il binomio di una vivida presenza e una poetica ed evanescente assenza. Con uno stile che squarcia l’anima e induce alla riflessione, la narrazione è introspettiva scorrevole, intensa e drammaticamente immersiva. L’autrice affronta il tema trattato con estrema delicatezza. Al presente s’intrecciano i ricordi dell’estate del 1998 e di un albergo che fece sfiorire due giovinezze mentre un paese tentava di ripulire il marchio della vergogna con l’omertà. Il giovane Giovanni non sa che in paese ci sono orchi quando salva la fragile Anna. Per lui l’amore non è più un gioco. Un’estate dirottata sulle ramificazioni del cuore per raccogliere la rugiada della sua malinconia. Quando la salva come un moderno Orfeo c’è una forza attrattiva che lo costringe a guardare la sua Euridice. Paradiso e Inferno abitano in lei e filtrano attraverso la sua magnetica bellezza. Come fosse una canzone Giovanni e Anna attraversano l’autostrada della vacanza che segnerà la loro lontananza. Tra mercificazioni, opportunismo e brutalità nasce un sentimento puro che oggi come allora è una possibilità di salvezza per ricominciare e regalare così alla favola e alla vita un altro finale .

Conclusioni

Una prosa intensa e delicata per una storia drammatica che difficilmente dimenticherete.

Voto

5/5

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